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AGOSTO 2005

Recensione di Monamour
A cura di Francesco Lomuscio


Il mio credo poetico sul 'culo specchio dell'anima' ha trovato in Anna Jimskaya una splendida conferma: dopo aver lavorato con lei posso affermare con cognizione di causa e tranquilla sicurezza che Anna ha un'anima davvero bellissima! ".
Divertito come di consueto, così il maestro dell'erotismo tricolore Tinto Brass descrive la sua ultima scoperta, Anna Jimskaya , nata nel 1980 da padre russo e madre ucraina, che esordisce sul grande schermo, dopo aver declinato l'offerta per un piccolo ruolo in Senso '45 (2002), con Monamour , liberamente ispirato al romanzo Amare Leon di Alina Rizzi , in cui veste i panni della veneziana Marta , sposata con il milanese Dario , ma che finisce per essere sedotta dal francese Leon ( Riccardo Marino ), con il quale, spinta verso l'adulterio dalla disinibita amica Silvia ( Nela Lucic ), arriva a condurre una vera e propria storia in parallelo a quella matrimoniale. Ed è da questo connubio che nasce il titolo del film, incontro tra il sostantivo veneto "mona", che qui fa da sinonimo a Marta , e la parola francese "amour", rappresentazione verbale di Leon , in cui tutto il repertorio brassiano, con immancabili falli di lattice e tanto desiderata sodomia, come di consueto, viene ripetuto e rimescolato al solo scopo di comunicare che la gelosia è il più potente degli afrodisiaci e che il tradimento è indispensabile per aiutare il "noioso" rapporto matrimoniale a solidificarsi.
Quindi, come ormai succede dai tempi de La chiave (1983), effettuiamo un viaggio nella segreta mente sessuale femminile, mai noioso, comunque, attraverso il diario della protagonista, scoperto e letto dal marito cornificato (quel Max Parodi che, da Monella in poi, del 1998, è praticamente un ospite fisso dei set di Brass ), il quale, sempre preso dai suoi impegni di manager editoriale, comincia ad accorgersi delle scappatelle della compagna, finendo per desiderarla sempre di più, sulla falsariga di Così fan tutte (1992) e delle opere successive.
" Le donne dagli uomini vogliono essere prese, non comprese ", suggerisce uno dei personaggi di Monamour , ma, al di là della discutibile morale, la quale, come ogni concetto, genera oppositori e sostenitori, e del soggettino fin troppo abusato, non possiamo certo negare che ogni volta che assistiamo ad un lavoro di Tinto Brass non si avverta dietro la macchina da presa la presenza di un maestro delle immagini in movimento, forse l'unico vero rimasto in Italia, che compare, nel film, anche in un cammeo autobiografico. Un maestro che ha ormai da tempo capito che solo il sesso salva le case editrici, insieme alla Bibbia, da sempre campione d'incassi, e che trasferisce liberamente su celluloide, senza pudori ed ipocrisie, gli intimi pensieri in riguardo ad un tema scottante che, nel XXI secolo, ancora fa arrossire e dichiarare ignari ed inesperti tanti falsi e bugiardi italiani.
Tra sequenze oniriche e la consueta dose d'ironia, a partire dalla macchina fotografica con sopra scritto "Tinta", l'inconfondibile erotismo del regista di Capriccio (1987) viene generato dalla sapiente unione di tutto ciò che compone il quadro di ripresa: il controluce che cela i dettagli del corpo permettendoci di ammirarne soltanto la sagoma, gli specchi posizionati a mo' di quarto occhio, per rendere visibile ciò che neppure la cinepresa, da una sola prospettiva, riesce ad immortalare, l'attenzione maniacale per i dettagli e gli sfondi, i quali, spesso arricchiti con oggetti usati per rappresentare analogie di forma e contenuto, finiscono sempre per essere testimoni "involontari" del rapporto che si sta consumando nella sequenza. E perfino l'uso della colonna sonora, che accarezza sensualmente le immagini, è testimonianza di una mente geniale, perversa quanto vi pare, ma, soprattutto, sincera.
INTERVISTA A TINTO BRASS E AL CAST DEL FILM

Incontriamo il maestro dell'erotismo Tinto Brass , accompagnato dal cast, per scambiare due chiacchiere sul film, in un'atmosfera calda e soleggiata, nel bel mezzo di Villa Borghese a Roma.

Tinto Brass: Devo dire che sono pienamente soddisfatto di Monamour, degli attori, delle attrici, notevoli in tutti i sensi, dei tecnici e dei musicisti, che ho pescato a Modena. L'ho girato a Mantova, città che mi ha accolto a Palazzo Te, dove ci sono gli affreschi di Giulio Romano, i quali sono stati galeotti e mi hanno fatto trovare a mio agio in un contesto di sensualità pagana. Romano era un allievo di Raffaello e venne cacciato da Roma per avere illustrato i sonetti lussuriosi dell'Aretino. I Gonzaga, invece, che avevano una mentalità più aperta, gli misero a disposizione il palazzo.
Il film l'ho girato in digitale ed inizialmente ero molto sospettoso, in quanto sono abituato, una volta terminate le riprese, a chiudermi in moviola. Invece devo dire che il digitale mi ha molto facilitato, ho girato a rotta di collo e l'Avid, per il montaggio, è molto rapido. Sicuramente realizzerò i miei prossimi film in digitale, con Enzo Doria, bravissimo capo-operatore anche in questo, ma userò per gli esterni la pellicola, perché il digitale è schematico.

Vista la tua passione per il cinema francese, il titolo vuole forse essere anche un omaggio a Hiroshima mon amour di Alain Resnais?
Tinto Brass: Certo, può essere anche visto come un omaggio, ma trattando di elementi francesi e veneziani è principalmente l'unione tra mona, veneziano, e amour, francese.

Sappiamo che avevi proposto il film per la Mostra del Cinema di Venezia.
Tinto Brass: Avevo mandato Monamour in visione a Marco Mueller, direttore della Mostra, il quale mi aveva prontamente espresso il suo apprezzamento dicendo di ritenere la mia ultima opera un Brass d'annata e trovare giusto e perfino doveroso "sdoganarmi" inserendola nel programma della manifestazione. C'è però un problema, si affretta ad aggiungere Mueller: il regolamento del festival non mi consente di farlo. Che c'entra il regolamento, obbietto sorpreso: contiene per caso una clausola che mette al bando Tinto Brass? Sei il direttore della mostra, e allora fai il tuo festival! Al che parte una singolare spiegazione sui "valori dell'arte", quei valori di cui - stando allo Statuto sbandierato da Mueller e dai suoi soloni, consiglieri, sponsor istituzionali, politici, culturali e perfino religiosi - il mio cinema, e soprattutto l'erotismo come lo intendo io, cioè senza moralismi, ipocrisie, censure, complessi di colpa, sublimazioni, ecc, sarebbe privo. In altre parole, a Monamour mancherebbero i "quarti di nobiltà" per sedere a quel pranzo d'ambasciata che il famigerato regolamento imporrebbe a Mueller d'imbandire: una vetrinetta di opere belle e politically correct, non disturbata da presenze diverse, provocatorie, sconvenienti o scandalose che magari pongono domande e sollevano dubbi anziché dare risposte e diffondere certezze. Un festival, per dirla in veneziano, senza opere e autori "fora de soasa", cioè non riducibili dentro la cornicetta tranquillizzante, catartica, castrante e non di rado lassativa dell'etica e dell'estetica di Stato".

Se il tuo cinema ha comunque un suo mercato, perché t'infastidisce così tanto non essere a Venezia quest'anno?
Tinto Brass: Perché Mueller è un laico e, dopo aver esordito dicendosi intenzionato a "sdoganare" Tinto Brass, ha fatto un patetico dietrofront, perché il regolamento ecc. ecc. Gian Luigi Rondi, invece, che è cattolico, un mio film al festival lo invitò, lo proiettò ed addirittura lo premiò. Attenzione ragazzi, perché la verità è magnanima e tollerante, ma ha le chiappe taglienti: se si incazza a essere perennemente inculata, le serra come ganasce di tronchese e addio uccello! (ride).

Anna e Nela, cosa ci raccontate di questa esperienza?
Anna Jimskaya: Non posso dire che lavorare a questo film abbia realizzato il mio sogno, è stata un'esperienza che mi ha portato ben al di là dei miei sogni. Un bellissimo inizio per me come attrice, ho imparato a recitare e sdrammatizzare, prima credevo di poter fare soltanto ruoli drammatici. Noi siamo donne e cerchiamo di nascondere un po' il nostro lato femminile. Grazie a Tinto ora mi sento più donna, mi si è aperto il cuore.
Nela Lucic: Ovviamente io non ho avuto modo di lavorare nel film quanto lei, ma condivido quello che dice, consiglierei ad ogni attrice di fare un film con Tinto Brass. É una scuola di femminilità, in fondo tutte noi donne abbiamo dentro delle cose che non esterniamo, perché allora non vivere il sesso in maniera libera e gioiosa come lo descrive il maestro?

Max, questa non è la tua prima esperienza con Tinto Brass, cosa ci dici?
Max Parodi: Innanzitutto secondo me il film ha una fotografia da dieci e lode. Anna è molto naturale e fotogenica, somiglia a Sharon Stone, e viene valorizzata da Tinto, che io chiamo il Michel Platini della macchina da presa (ride).

E tu Riccardo?
Riccardo Marino: É il mio primo lungometraggio che esce nelle sale cinematografiche. Anche secondo me la fotografia è molto bella, come pure il montaggio e le scenografie. É stato come giocare al dottore e Tinto è una persona determinata.

Tinto, per quanto riguarda le scelte femminili hai sempre detto che il culo è lo specchio dell'anima, per quelle maschili come fai?
Tinto Brass: In genere delego mia moglie (ride)!

Considerata la tua notevole tecnica, hai mai pensato di girare un horror?
Tinto Brass: Sarebbe come chiedere a John Ford se ha mai pensato di fare un erotico. A me piace il cinema di genere e seguo le riviste che ne parlano, comunque ho ancora una lunga carriera davanti (ride).

Dei giovani autori chi ti piace? Credi che esistano eredi cinematografici di Brass?
Tinto Brass: C'è chi mi apprezza, ma non so se sono miei eredi. Per quanto riguarda i giovani autori mi viene in mente quel Ponti che ha fatto il film con la Incontrada, per esempio, però, mi piacciono anche alcuni registi di "Un posto al sole".

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